RICORDI DI CALABRIA


Il bucato
di Grazia furferi

Era un rito, per noi bambini, che sapeva di magico. 
C'era un'alchimia nascosta di acqua e cenere che  miracolosamente faceva diventare bianca e profumata la biancheria di  tela un pò ruvida, tessuta al telaio di casa e stesa al sole, che ti sfidava a capire. 
Ecco perché io ero sempre presente all'operazione bucato, pronta ogni volta a scoprire come funzionava. Non era facile . Era quella, una attività di concentrazione ed attenzione, secondo me, che rendeva mia zia, addetta alla cosa, poco propensa a sopportare gente intorno e soprattutto una bambina curiosa. 
Per cui la sola risposta che ricavavo alla  domanda  sul perché sporcava i panni con la cenera era - Vai a giocare che non sono cose per te-. 
Dopo vari tentativi ed all'ennesima -Hai tempo per imparare e se non impari é meglio-, credo di aver desistito e di non essermi più interessata alla cosa accettandola come un dogma accontentandomi solo di sapere che quella cenere mescolata allíacqua si chiamasse "lisciva". 
Líavvento della lavatrice, miracolo tecnologico che ha liberato la donna dall'oneroso impegno di lavandaia dopo qualche tentativo di resistenza nelle più accanite sostenitrici del lavaggio a mano, ha completamente sostituito il vecchio bucato. 
Il passare degli anni  non ha cancellato però la memoria del profumo particolare di quelle lenzuola lavate con la lisciva e soprattutto la cerimonia del bucato. 
Così una sera díestate mentre seduti davanti alla porta di casa con le mie cugine, mia zia e mia sorella si riandava con i "Ti ricordi?" a come si facevano una volta i lavori di casa,ecco che mia zia comincia a raccontare di quanto lungo e faticoso era lavare i panni una volta, di come ogni cosa che serviva allo scopo doveva essere preparata in casa. Si cominciava dal sapone. Nelle famiglie tutto era importante, non si buttava via niente. Líolio per esempio, era prezioso sempre. Anche quello fritto o andato a male od il fondo degli orci. Uno di questi era tenuto da parte solo per raccogliere questi residui di olio. Servivano per il sapone. Quando infatti si raggiungeva una certa quantità, questíolio di scarto veniva pesato e diluito per la metà del suo peso, con acqua e versato in un recipiente di rame detto "Cardara" che  si metteva sul fuoco posandolo sopra un tripode di ferro. Prima che cominciasse a scaldarsi troppo, veniva aggiunta la soda nelle proporzioni di un chilo per ogni cinque di olio e acqua Con un lungo mestolo di legno, apposta costruito o quando questo mancava, con un bastone o un manico di scopa, bisognava mescolare fino a quando alzando il mestolo non ascendeva giù un filo a nastro. Era l'ora di levare il recipiente dal fuoco. Si mescolava ancora per qualche tempo quindi si copriva e si lasciava finire di rassodare fino al giorno dopo. A questo punto il sapone era pronto. Veniva staccato dal recipiente e versato sopra un piano di legno, quindi, servendosi di un lungo coltello bagnato, tagliato  in pezzi più o meno regolari e messo in un posto arieggiato (la cantina o la soffitta) per farlo seccare e mantenere per l'uso. Era il sapone per il bucato e in molte famiglie anche per la pulizia personale. Con esso, si lavava il primo sporco della biancheria quindi si passava al bucato vero e proprio. Per fare questo era necessaria una cesta di vimini dalla forma  arrotondata a vaso, posta sopra due mattoni e vicina ad una scolo, dove, la biancheria già prelavata e leggermente compressa con le mani, veniva sistemata allíinterno seguendo dei cerchi concentrici. L'ultimo pezzo doveva essere messo in modo che la parte finale allargata coprisse interamente la superfice della cesta e tutti i panni. A questo punto sul tutto veniva versata la "lisciva". Che cosa era la lisciva? Un miscuglio di cenere ricavata dal fuoco dei bracieri o dalla cucina a carbone, setacciata e messa a bollire per una diecina di minuti con dellíacqua ed ancora così calda versata sopra i panni. L'ultimo panno serviva da filtro a questíacqua che impregnava quelli sottostanti. Un'altra cesta più piccola faceva da coperchio e si lasciava tutto così per una notte. L'indomani la lisciva seccata lasciava sul telo di copertura dei piccoli granellini, andava quindi levato piano e scosso. Si poteva poi procedere al risciacquo finale dei panni ed alla loro stesura al sole che combinandosi con tutto il processo di lavaggio conferiva ai panni quel biancore particolare e quel profumo di pulito che tutte le  più sofisticate proprietà dei moderni detersivi non ci daranno mai più.



Il pane
di Grazia furferi

Zia vi ricordate quando facevate il pane ed io volevo impastare?
.- Eh.. se me lo ricordo!
Quanto pane ho impastato nella mia vita . Ho ancora nel capanno dell'orto la madia ormai vecchia. Era bella quella madia.! Era tutta scavata in un pezzo di legno compresi i ripiani laterali.
- Me la ricordo mi dava l'dea di una barca.
- Pensa che andavo io, a portare il grano al mulino. Laggiù vicino alla fiumara. Era "grano oro" e la farina dava un pane che era veramente color dell'oro. Facevo molta attenzione, al momento della macinatura a ché non me lo mescolassero con altro grano o altra farina. Il mugnaio era bravo a fare queste cose! Il sacco della  farina lo portavo a casa sulla testa.
- Come facevate a tenerlo in equilibrio senza reggerlo con le mani? Mi ricordo che facevate di tutto con quel sacco in testa.
-  Come facevo? Avevo con me un un panno che arrotolavo a corona, me lo mettevo in testa e vi appoggiavo sopra le cose da portare. Eppoi era tutta una abitudine.
- Io mi ricordo, che quando vedevo le donne camminare, parlare, sgridare i bambini con i boccali di terracotta piene di acqua o altro in testa, morivo d'invidia perché a me non riusciva...E si che ci provavo e riprovavo quando non mi vedeva nessuno. E quante cose ho rotto o rovesciato per terra.
- Ah-ah! M'immagino..!
- Sai quanti chili di farina impastavo certe volte? Anche quindici chili.
- Me la ricordo tutta questa farina e la madia appoggiata su due sedie. Lì in cucina. 
- Il lievito dentro "la limba" avvolto con una coperta vecchia, fatta con la lana che mia nonna, come diceva la mamma, aveva cardato, filato e tessuta al telaio.
- Certo. Perché era molto importante che il lievito crescesse bene. E' la base per fare un buon pane.
- Ma come si fa a sapere quanto lievito ci vuole e come si ottiene?
- Era díuso quando si faceva il pane lasciare un panetto di pasta a lievito. Si metteva in un piatto e si riponeva in credenza. Al momento si prendeva un terzo della farina destinata al pane, si formava un vuoto centrale e qui si metteva il lievito messo da parte che nel frattempo si era seccato, sciolto prima in acqua calda . S'impastava bene aggiungendo via via dellíacqua, sempre tiepida e si faceva un pasta morbida. Con la mano destra si segnava con una croce e si lasciava lievitare per almeno due ore.
- E poi?
 - Poi, quando "cresceva", tanto da raggiungere líorlo del contenitore, si preparava la farina nella madia, si faveva un foro al centro e vi si versava dell'acqua tiepida leggermente salata dove lavorandolo con tutte e due le mani veniva sciolto il lievito. Piano, piano allora, s'incorporava il resto della farina raccogliendola con le mani e poi impastandola con i pugni, girandola e rigirandola ed aggiungendo acqua tiepida fino ad ottenere una pasta morbida ed elastica. A questo punto si puliva una parte della madia si spolverava di farina e vi si metteva la pasta del pane. Si divideva in tanti pezzi regolari ed ognuno di questi si lavorava sul piano laterale della madia, infarinato, dandogli  una forma arrotondata.
- Mi piaceva tanto vedervi fare il gesto della benedizione sul pane!
- Si. Il pane è sacro e va sempre benedetto. Per questo prima di metterlo nel letto veniva sempre segnato con la croce.
- Come? Metterlo nel letto? Nel letto che si dorme?
- No. Anche se il senso è quello. Si preparavano delle tavole di legno lunghe, apposta costruite, con una tovaglia bianca possibilmente felpata e quì si metteva il pane, ben allineato e distanziato. Si copriva con un altra tovaglia e sopra ancora con una coperta.
- Come vedi tutto questo da l'idea del letto dove il pane riposava e lievitava.
- Ci volevano almeno due ore e stare attenti che non ci fossero correnti o sbalzi di temperatura.
- Era fatto.
- Eh no! Era fatta la prima parte, poi bisognava cuocerlo. Ed anche questa non era una cosa facile. Il pane veniva cotto nel forno a legna. Ci voleva esperienza, maestria per prepararlo alla giusta temperatura.
- Oh zia! Vi vedo ancora ad accendere il fuoco nel forno che avevamo nel cortile dietro la casa. E con la "sciugna"  ripulire il piano  attraverso la brace, già tirata davanti alla bocca del forno. Indossavate una camicia con le maniche lunghe in piena estate per ripararvi dal calore e non bruciarvi.
- Non me lo ricordare. Il forno d'estate era proprio un sacrificio. Prima davanti al fuoco vivo della legna che bruciava, poi con la vecchia scopa a tirare la brace e spazzarlo infilandoci quasi la testa dentro.
- E la "sciugna"? Che cosíera?
- Era un palo di legno alla base del quale si legavano degli stracci vecchi che bagnati in un secchio con acqua serviva a smorzare il calore del fuoco fino alla giusta temperatura  e contemporaneamente a ripulire il piano del forno dova poi veniva messo il pane.
- Perchè pulirlo?
- Pulirlo dalla cenere prima e poi, perchè per verificare la temperatura si buttava dentro un foglio di carta. Se questo avvampava subito voleva dire che il forno era ancora troppo caldo, se invece bruciava senza fiamma allora aveva raggiunto il punto giusto di calore per il pane.
-Q uando era pronto il pane per essere infornato? 
- Quando era ben gonfio e soppesandolo con le mani ,leggero. Allora delicatamente per non sformarlo si posava sulla pala rotonda con il lungo manico di legno e si infilava nel forno.
- Quella pala di legno che usavamo era ancora quella che aveva forgiato il marito di Assunta, la zingara che mia nonna, la mamma di mia madre, aveva in amicizia.
- Figlia, tutti gli utensili in ferro che una volta venivano usati nelle nostre case  erano fatti dagli zingari! E.. quanto duravano!
- Questo pane allora? 
- Niente, una volta infornato si chiudeva la bocca del forno con la "praha". Uno sportello mobile di ferro fatto a misura e  forgiato, appunto, dagli zingari. 
- Dopo circa un'ora eravamo tutti  pronti lì, ad aspettare líuscita del pane dal forno dietro a voi che tiravate fuori un pane e sobballandolo nelle mani per via del calore, controllavate la cottura.
- Già. Con tuo padre pronto di olio, sale, origano, pomodoro, acciughe e capperi per fare la pizza di pane.
- Comíera buona! Mi viene líacquolina in bocca a pensarci!
- Mia mamma vi diceva: "Levagli ëstò pane per favore o questo non ci lascia lavorare in pace!"
- Si, infatti il pane per la pizza andava levato prima che fosse completamente cotto, poi lui lo tagliava a metà lo riempiva con il pomodoro ed il resto, lo richiudeva schiacciandolo un pò e lo faceva rimettere nel forno ancora per qualche minuto. 
- Era la sua specialità e ne andava orgoglioso
- Quando era cotto, io lo tiravo fuori con la pala e tua madre, benedetta, lo prendeva con uno strofinaccio per metterlo sul "letto" a raffreddare.
- Mi passa davanti agli occhi, zia. Ognuno di quei pani aveva un nome. Questo è di Mannina che ha sei figli ed un marito disgraziato che líha abbandonata. Questo è di comare Tota che non sta bene in salute e non ha certo la forza di fare il pane. Questo di comare Lorenza che è anziana e sola. A comare Teresa non posso fare a meno di darglielo con la famigliona che si ritrova non "patta" mai; povera donna ! E non mi devo dimenticare di Maria, lei ogni volta che lo fa me ne porta uno.
- Ti sei scordata quelli che passavano.
- E' vero! C'era sempre qualcuno che in quel momento passava per caso di là e si fermava a salutare.-
- E non volevi che favorisse un pò di pane caldo con líolio? Così con un:- Non vi disturbate  don Peppino! Ed un: -Ci mancherebbe. Favorite. E' solo un poí di pane, mi dispiace che non siate arrivato prima, avevo fatto una pizza favolosa.
- Bevete un bicchiere. E' vino di Pressocito. Andava via un altro pane.
- A pensarci ora, credo che alla fine di pane per noi non ne restasse molto! Ma non ricordo di averne patito la mancanza quindi credo che tutto fosse calcolato dallíinizio.
- Certo che era così. Eppoi ricordati che non se ne faceva mai meno di sei chili e che tutti in paese facevano il pane in casa e ne facevano sempre uno per il vicino.
- Già. Senza considerare che non tutti avevano il forno in casa e che la mamma aveva messo il nostro a disposizione di chi ne avesse bisogno. Per cui non passava giorno che non ci fosse qualcuno per casa a fare il pane e che ce ne lasciava sempre qualcuno in omaggio.
- E le "cughureghi", dove le avete lasciate?
- Eí vero. Zia, ci siamo scordati delle"cughureghi" che facevate per noi bambini!
- E che sono queste "cughureghi"?
- Sono delle ciambelle di pasta di pane destinate ai bambini.
- Si. Le facevo a misura dei ragazzi. Grandi per i ragazzi più grandi e piccole per i bambini.
- Facevo anche il pane biscotto. Dei filoncini uniti che poi si lasciavano in forno a tostare.
- Ho capito! Sono quelli che si bagnano e si condiscono con líolio, líaceto e líorigano.
- Sapete che vi dico? Che se cominciamo ad elencare tutti i tipi di pane non finiremo mai. Una cosa è certa: a nessuno dovrebbe mai mancare un Pane.



La cucina racconta
di Grazia furferi

Erano lunghe le sere díinverno nel paese.
Cominciavano presto, alle quattro del pomeriggio, segnate dall'ora di chiusura del laboratorio di sarta di mia madre. 
Le ragazze che venivano ad imparare il mestiere riponevano il lavoro e si dividevano i compiti di riordino della stanza. 
Si portava fuori il braciere che era servito a scaldarle durante le ore di lavoro e si riattizzava aggiungendo dellíaltro carbone. 
A quellíora tutta la strada era accesa dai fuochi dei bracieri posti davanti all'uscio di casa e piena del chiacchieccio delle donne che con ventagli di canna o vecchi cartoni attizzavano il fuoco scambiandosi pareri sul tempo; sempre negativo e sempre strano per una stagione sempre uguale. 
Il mio compito era appunto, quello di accendere i carboni aggiunti con un ventaglio di canna fino a quando non diventavano brace. Si coprivano allora con la cenere, e si portava il braciere  in casa inserendolo nel buco, apposta scavato al centro della ruota di legno che stava in cucina. 
Era sempre, anno dopo anno, messa nell'angolo tra l'acquaio ed il muro vuoto vicino alla porta della stanza d'ingresso. Porta questa che non veniva mai chiusa, perché poteva entrare qualcuno senza che noi di casa potessimo sentirlo. Non c'erano campanelli da noi ed il batacchio non veniva mai usato. La chiave stava  nella toppa fino all'ora di andare a letto. 
L'uso era che chi veniva a trovarci apriva la porta, infilava la testa dentro e gridava: Comare?...Cugina?....Signora comare? Non cíera bisogno di dire il proprio nome da come interpellava e dal suono della voce líavremmo subito riconosciuti. Era difficile che un forestiero arrivasse alla casa da solo perché sempre veniva intercettato ed accompagnato da qualche conoscente che si preoccupava d'introdurlo  precedendolo sempre con il solito sistema. 
Eppoi, la sera specialmente, mancava sempre qualcosa per preparare la cena ad una vicina: ora era il sale, lo zucchero, l'olio ed anche la pasta ed un pò di pane da prestarsi, con la mutua consapevolezza che non sarebbe mai stata restituita, ma che ti garantiva l'assoluta disponibilità al tuo bisogno da parte del richiedente.



Pasqua
di Grazia furferi

Quando ero bambina, le campane suonavano la Gloria per la Resurrezione di Cristo a mezzogiorno in punto e, prima di allora, ci era proibito mangiare le gute, i dolci tradizionali con l'uovo, perchè non era ancora suonata la Pasqua.
Per questo ci preparavamo in strada, guta in mano, pronti ad addentarla non appena iniziava il primo scampanio.
La guta, chiamata anche cugghurace nel reggino e cuzzupa nel catanzarese, è un dolce di pasta lievitata contenente un uovo sodo, al quale viene data una particolare forma a cestino, fiocco o altra fantasia.
Una parte però di questa pasta, viene destinata alla preparazione del simbolo della nostra Pasqua che, secondo me, non ha niente della rappresentazione cristiana, ma si riallaccia alla tradizione antica greca o addirittura italica legata alla fecondità, ai riti della primavera intesa come rinascita .
Viene infatti preparata, con i rimasugli della pasta delle gute,  una bambola chiamata "Pupa e Pasca"che rappresenta ,utilizzando un uovo, una donna incinta. Questo dolce non viene mangiato ma viene tenuto in casa in bella mostra per tutto il periodo della Pasqua.
Vengono inoltre preparati per gli uomini i cosiddetti "pappagalli" antenati forse della più famosa colomba, ai quali viene data la forma di un volatile e vengono messi in tavola a segnare il posto del capofamiglia e del primo figlio.
Per gli altri ragazzi la guta ha, indiscutibilmente, la forma di una "e" con due uova laterali per i maschietti e di cestino con l'uovo, sempre coperto, per le bambine.
Accanto a questi dolci augurali,  altri dolci tradizionali della Pasqua sono i così detti "jialuni", questa è una parola di origine grecanica che vuol dire tartaruga, in riferimento alla forma del dolce.
Sono, infatti,una specie di ravioli riempiti con un formaggio particolare chiamato "tuma", fatto con il latte residuo della ricotta e che anticamente veniva messo dentro delle formine di legno intagliato rappresentanti una donna o un fiore.
Un'altra cosa che non può mancare nel pranzo di Pasqua è il capretto che viene cucinato arrosto o allo spiedo oppure al forno con le patate o con le cipolle in bianco, con il sugo del quale si possono condire gli spaghetti.
Poi, per la gioia del palato e della vista, ci sono le pecorelle di marzapane che sono la specialità di tutte le pasticcerie calabresi.



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