PROVERBI CALABRESI


Sul cibo


Panza china fa cantari non cammisa nova


Sciacqua Rosa e 'mbivi Gnesa


Ogni budellu i musca è sustanza


U saziu non cridi o diunu


Menti pani e denti ca fami si  rrisenti

Mangia sempri pani e nu gruppu i sarzizzu 


Mangia pani a tradimentu


Mangia Jianni ca du to mangi


Mastru Franciscu diuna domani


Tippeti e tappiti pitteggha fritta


Acqua e farina maiggha china


Lu mundu non é frittuli ca ti mangi 'nta 'n'ura


Ca scusa du figghiolu a mamma si mangia l'ovu 


U Signuri 'nci manda u biscottu a ccu' non avi moli


Jia pell'agghi e trovai cipugghi


U porcu magru s'insonna sempri a gghianda

Quandu u gattu non rriva o salatu dici ca feti


'Nci dissi u surici da nuci: dammi tempu ca ti perciu


Voliti a vutti china e a mugghieri 'mbriaca


 Cu voli i cadi malatu mangia persichi e granatu


Fina i jiarsa nu pedi l'attru su mangianu i farmiculi


Parunu i tri da chiazza: triulu, malanova e scuntentizza.

Girala comu voi sempri é cucuzza.




"Pa Candelora cu non avi carni
'mpigna a figghiola"
Nella tradizione calabrese il Carnevale è strettamente collegato al rito del porco, forse perché in passato  si faceva cominciare il  17 di gennaio, giorno di S. Antonio abate, raffigurato con ai piedi un porco; forse a simboleggiare la vittoria del Santo sui vizi del mondo. Il santo è anche il protettore degli animali che in questo giorno vengono portati in chiesa per essere benedetti ad eccezione del porco. Ma anche perchè questo è il periodo più freddo dell'anno in Calabria e quindi il più adatto per lavorare la carne del maiale da consevare.
Il menù principale del giorno della Candelora è costituito da "pasta e casa" condita con il sugo di carne  come primo e polpette e la stessa carne del sugo per secondo, accompagnati da sottaceti vari.
In questo periodo si ammazza il maiale ed è consuetudine invitare gli amici a "fare la festa al porco" con grandi mangiate e bevute.
Una volta, in tutte le case, si ammazzava il maiale ed era uso portare le "frittole" ai vicini, ornate con fette di arance.
Le frittole, sono gli scarti del maiale che rimangono dalla lavorazione delle carni per la preparazione di salsicce, capocolli e sopressate, le cotenne o scorze e le parti del porco che non sono idonei ad essere conservati sotto sale.
Queste carni sono destinate per "consare" la "cardara", il recipiente in rame stagnato, chiamato anche "stagnategghu"che si usa per cucinarle. viene  posto  sopra un tripode sul fuoco di legna, 
Un' altra tradizione ormai in via d'estinzione,  per il diverso modo di uccidere il maiale, è la preparazione del sanguinaccio, una crema dolce fatta con il sangue del maiale. 
Può sembrare una cosa un poco tribale ma vi assicuro che è squisita.


Sulle donne


Cu 'ndavi sordi pochi sempre cunta
e cu 'ndavi mugghieri bella sempri canta


A bella quando é di natura
cchiù sciamparata é
e cchiu bella pari


Megghiu to mamma pe mi ti ciangi
ca lu suli i marzu mi ti tingi


E' inutili ca ti llisci e fa' cannola
lu santu che di marmuru non suda


Tira cchiù na fimmina 'nta 'nchianata
ca nu paru i voi 'nta scinduta


Sui figli


Criscinu i sambuchi e cumboghiunu i sipali


Porci e figghioli comu i 'mpari ti trovi


Na mamma é bona pe centu figghi e 
centu figghi non sù boni pe na mamma


Va' crisci figghi e cerca furtuna


I figghi sù rricchizza e doluri i cori



Vari


Mina a botta e muccia a manu


A lingua non avi ossa. ma rumpi ossa


Passa oggi ca veni domani


Fa beni e sperditi


Parrati parrati ca suli va sentiti
e suli va cantati


I guai da pignata i sapi a cucchiara chi miscita


U Signuri 'nci manda a nivi da muntagna ca a poti

Si sentiva a facci quantu senti u cozzu
nugghu 'ndaviva amici

Cumpari........ finu a votata

Ti mandu pe erbe senza cutegghu

Maru a ccu dormi 'nta menti i nattru


Parra cu mussu 'nta bumbuleggha

Cu si curca cu figghioli si jarsa pisciatu

 Cu voli anda cu nò cumanda

Va' chi megghiu di tia e fanci li scarpi
curcati cu na signura e ppe mme vecchia

Dammi furtuna e jiettimi a mari
ca nesciu cu culu chinu i calamaregghi



Carnalavari meu carsi calati
E' un detto che in Calabria indica una persona particolarmente generosa e prodiga, detta anche "SCIALUNI", colui cioé che ama divertirsi e spendere.
Motto del Carnevale è divertirsi e far divertire evitando ogni tipo di attività lavorativa. 
In passato, in ogni paese, veniva fatta in piazza la farsa del Carnevale: si vestiva un uomo di stracci con un cappellaccio in testa ed il volto coperto di fuliggine, gli si metteva in una mano un campanaccio e nell'altra un catino di cenere e si portava sopra un asino o un carretto in giro per il paese.
Il campanaccio serviva per avvisare la gente che "Carnalavari" stava per arrivare e se  avesse sorpreso qualcuno intento ad un lavoro lo avrebbe punito coprendolo di cenere.
L'uomo- carnevale poteva fare e dire quello che voleva, sotto forma di mottetta, a uomini e donne e nessuno poteva prendersela per questo.
L'unico modo per evitarlo era quello di pagare da bere a lui e tutta la compagnia che lo seguiva.



"Pa Candelora u lanutu nesci fora
pe quaranta jiorna ancora"
Vuol dire che dal giorno della Candelora restano solo quaranta giorni alla fine dell'inverno.
Il "lanutu" è un termine riferito  al lupo nel quale, nell' immaginario popolare, viene  identificato l' inverno.
Si riallaccia alla tradizione latina che vuole  il lupo sacro a Marte, il Dio che da il nome a Marzo, il mese, che per i romani segnava la fine dell'inverno e l'inizio della primavera e del nuovo anno.
Infatti i 26 giorni che vanno dal 2 di febbraio, giorno della Candelora, alla fine del mese, più i 14 del mese di Marzo si arriva più o meno ai giorni nei quali cadevano le Idi di Marzo che segnavano l'inizio dell'anno nuovo per i romani.
"Megghiu to mamma pe mi ti ciangi 

ca lu suli i marzu mi ti tingi"
Questo proverbio può essere riferito agli effetti sulla salute per chi si espone a lungo al sole di marzo, senza tener conto dei suoi rapidi cambiamenti climatici, ma soprattutto, all'uomo che s'innamora di una donna nata nel mese di marzo, perchè come questo mese è volubile ed imprevedibile.
Può succedere anche, se si tiene conto della superstizione, che si possa incappare in una magara.
Il mese di marzo è il mese che nella vecchia superstizione calabrese, vede uscire le streghe.
Perciò il primo giorno di marzo, al calare del sole, i bambini andavano in giro per i campi battendo dei legni per spaventare le magare e si usava mettere, dietro la porta, un grosso sasso.
Questa stessa usanza viene ancora usata in Calabria per il Capodanno e poi, fino a poco tempo fà, veniva ripetuta ogni primo del mese (capu di misi).
Un'altra usanza, legata all'inizio del mese, vuole che sia di buon augurio se la prima persona che entra in casa a dare il buon giorno sia un uomo.
Possibilmente uno di cui si conosca la sincerità e sia privo d'invidia, per questo ci si raccomanda di solito ad una persona della famiglia, per evitare sorprese.
La tradizione della pietra messa dietro la porta è accompagnata da versi augurali cantati durante il Capodanno.
Vincenzo Dorsa, uno studioso delle tradizioni calabresi, fa risalire il rito della pietra al mito di Deucalione, al culto di Vesta, la dea del focolare, ed all'uso antico di cultura indiana di mettere una pietra ai piedi del Budda per alleviare le pene dei propri morti.
Potrebbe, quindi, essere un simbolo per  augurare la rinascita ad una nuova vita migliore.
Questo rito è da associare alla tradizione romana che festeggiava l'inizio dell'anno nuovo con il mese di marzo e precisamente con le Idi che cadevano nel primo plenilunio del mese.
Forse la magara di marzo della tradizione calabrese,  può essere un residuo del Mamurio Veturio  della tradizione romana che impersonava il mese di marzo e l' inverno. 
Alla vigilia delle Idi, a Roma, veniva vestito un uomo con barba e stracci , [forse raffigurante l'inverno] e, dopo averlo sbeffeggiato per le vie, veniva cacciato fuori dalle mura della città. 
Marzo è anche il mese della quaresima. 
Nella tradizione calabrese veniva rappresentata con un fantoccio raffigurante  una vecchia (la magara?) vestita di cenci con fuso e conocchia in una mano e sette penne nell'altra che rappresetavano le settimane di quaresima.
Veniva appesa alla finestra della casa ed a metà mese veniva tagliata in due. 
Per quel giorno le donne si riunivano per festeggiare mangiando e cantando tra di loro (forse una festa antenata dell'odierna festa delle donne?). 
Non è forse casuale la ricorrenza della festa di S. Giuseppe che ricorre oggi a metà mese.
In questo giorno, in quasi tutte le case, si usa che "a mamma i famigghia", come si indica da noi la donna di casa, cucini una minestra di taglierini e ceci e la porti nella casa dei più poveri; (oggi semplicemente ai vicini di casa, avvertendoli prima di non cucinarla).
Vengono, inoltre, fatti gli inviti per S. Giuseppe agli amici per mangiare insieme le frittelle ed i cannoli di ricotta.
Ancora una tradizione che, forse, si riallaccia alle feste per le Idi di marzo dei romani che avevano dedicato questo mese al più forte dei loro Dei: Marte.


© 199-2003 Grazia Furferi